Allattamento indotto per bambini adottati

Anche se ad oggi non esiste più alcun dubbio sugli immensi benefici dell’allattamento materno sia per il bambino che per la mamma molti non sanno che è possibile allattare anche un bambino adottato, quindi senza che la mamma sia passata attraverso l’esperienza del parto.

Gli studi sull’attaccamento mamma-figlio dimostrano quanto questo tipo di contatto sia fondamentale per lo sviluppo della relazione futura tra madre e figlio.

In molte culture il fatto che una mamma adottiva allatti il proprio bambino è naturale. Per esempio se la mamma muore durante il parto la nonna o una zia si fanno carico del neonato inducendo l’allattamento al seno esattamente come farebbe la mamma biologica. Da un punto di vista storico, la pratica dell’allattamento in assenza di gravidanza era nota già nel 1800 come riportato nella letteratura medica. Tra i vari autori che hanno riportato la diffusione di tale pratica in popolazioni di paesi in via di sviluppo, c’era il pediatra Antonio Scarpa che nel 1935 presentò a Trieste, durante un congresso nazionale di nipiologia, i risultati di un’inchiesta sulla secrezione di latte ottenuta in alcune donne africane indipendentemente dal puerperio (lactatio agravidica). Si trattava di donne già entrate da anni in menopausa e, più raramente, di giovani che non avevano mai avuto figli, che allattavano con successo bambini rimasti orfani di madre con l’aiuto di speciali artifizi, che altro non erano se non la suzione al seno e l’assunzione di erbe ritenute galattogoghe.

Infatti la capacità di produrre latte è determinata in gran parte dalla corretta stimolazione del seno, ovvero dalla corretta suzione da parte del bambino.

Negli Stati Uniti oltre il 36% delle donne ha una buona produzione di latte dopo un procedimento indotto. Ovviamente è un processo non facile probabilmente più dal punto di vista psicologico che fisico anche perché l’allattamento da molti non è più concepito come un processo strettamente necessario data la possibilità di ricorrere al latte artificiale.

Fondamentale per il buon esito dell’allattamento indotto, qualunque sia la quantità di latte che la madre somministrerà al proprio bambino, sono la motivazione della madre e il sostegno da parte dei familiari e degli operatori. Volendo allattare un bambino adottato, è necessario innanzitutto concentrarsi più sull’aspetto psicologico dell’allattamento e in secondo luogo sui vantaggi nutrizionali del latte materno. La produzione del latte, se si verifica, è un piacevole effetto collaterale rispetto all’obiettivo più ampio di costruire una felice relazione di allattamento.

Esistono delle regole da seguire per far si che una mamma adottiva possa allattare. Il protocollo di lattazione indotta nasce dall’idea di una Consulente Professionale in allattamento materno: l’IBCLC canadese Lenore Goldfarb che, desiderando allattare il suo bambino nato da gravidanza surrogata, chiese aiuto ad uno dei guru dell’allattamento mondiale il Dottor Jack Newman, anche lui canadese.

Il protocollo Goldfarb-Newman ricrea la situazione ormonale di progesterone estrogeni e prolattina esattamente come avviene durante e dopo la gravidanza.

Per poter applicare il protocollo Goldfarb/Newman è necessario essere seguiti da un medico e da una consulente professionale in allattamento materno IBCLC.

Dott.ssa Fernanda Dondini

Pediatra – Neonatologo

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