Il tempo di permanenza nel paese di origine del bambino

E’ la legge locale a stabilire il periodo di permanenza all’estero, ogni paese ha una sua procedura. Alcuni paesi prevedono un tempo minimo di affiatamento col bambino, altri un periodo molto più lungo, alcuni un viaggio, altri più di uno prima di poter portare con sé il bambino definitivamente.

Una cosa è certa: al di là della procedura è fondamentale dare un senso a questo tempo perché non diventi pesante, ma al contrario perché possa diventare occasione di una più approfondita conoscenza con il proprio bambino.

Lo si dice tante volte, un bambino è come una piccola piantina che porterà con sé le sue radici, radici che vanno accolte e di cui bisogna avere cura perché lì risiede una parte importante del suo potenziale di crescita.

Ma quali sono le radici del bambino? Radici sono la sua storia pregressa, ma anche il suo ambiente, la sua cultura. I colori, i suoni, i profumi della sua terra, i costumi e le abitudini del suo paese… sono frammenti della sua identità e come tali importantissimi, da conoscere, da conservare, da portare con sé per sempre!
Conservare per poi raccontare a nostro figlio, per fargli il dono di qualcuno che lo accoglie nella sua totalità e che lo accetta per quello che è e non per quello che vorremmo che fosse.

Un’altra cosa importante da non sottovalutare è che forse, il tempo nel paese di nostro figlio potrebbe essere l’unica possibilità per conoscersi a fondo senza altre interferenze. Una volta rientrati a casa infatti, ci sono i parenti che vogliono condividere, i nonni, il lavoro da riprendere e i comuni pensieri quotidiani….e allora viene meno quello spazio esclusivo totalmente dedicato al nuovo nucleo che si sta costruendo.

In quest’ottica il tempo di permanenza nel paese di nostro figlio dovrebbe essere vissuto come un’occasione d’oro per fare tesoro di tutti quegli elementi che lo caratterizzano e che troppo facilmente siamo portati a dimenticare.

Rigobello Maria Elisabetta

Psicologa/Psicoterapeuta

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